CHIESA DI SANT’ANTONIO

Nell’area di piazza Martiri, opposta alla chiesa parrocchiale dei santi Pietro e Paolo, sta la chiesa dedicata a sant’Antonio abate e Stefano protomartire, comunemente nota solo come sant’Antonio. Come nel caso della chiesa parrocchiale, anche per la decorazione di questo edificio intervengono i più importanti artisti della Valsesia.
La chiesa si trova sullo stesso asse stradale della chiesa di santa Marta: rispetto alle antiche mura che proteggevano il borgofranco, la chiesa di santa Marta si trova vicino al fiume mentre sant’Antonio è posizionata verso i prati e la campagna.Si tratta di una chiesa cinquecentesca la quale, per lo spostamento della sede
della Confraternita del Santissimo Sacramento (1590), originariamente in chiesa parrocchiale, viene ampliata verso la metà del Seicento fino a raggiungere le dimensioni odierne; e, ancora nel tempo successivo, viene sistemata e decorata.

La prima campagna di ampliamento dell’oratorio originario si svolge tra il 1640 e il 1648 per mettere in atto la bonifica raccomandata durante le visite pastorali del 1617 e del 1628 dal vescovo Volpi. Il risultato è l’edificazione di una struttura semplice, a navata unica, con profonda zona absidale adatta ad accogliere il vano utile alle attività della Confraternita.
A partire dal 1694 iniziano i lavori per la realizzazione delle due cappelle laterali: quella di sinistra, dedicata alla Vergine dei sette dolori, ultimata nel 1699; e quella di destra, dedicata a sant’Antonio da Padova, terminata nel 1739.
All’interno la chiesa si presenta in forme semplici e arricchita dalla decorazione pittorica della volta centrale, opera di Antonio Orgiazzi il Vecchio (1740), nella quale si osservano scorci architettonici illusionistici tra fiori, vasi, festoni.
Lateralmente alla volta stanno due lunette nelle quali sono stati inseriti due dipinti ad anticipare la narrazione delle cappelle: A sinistra si trova un Ecce Homo mentre, a destra, si trova un episodio della vita di sant’Antonio da Padova (il miracolo del piede risanato). Le lunette sono opera di Tarquinio Grassi.

La cappella sinistra ha un’apertura per consentire ai fedeli di osservarne il contenuto dall’esterno. È pensata, a ben vedere, come una delle cappelle del Sacro Monte di Varallo. La decorazione pittorica, luminosa e solenne, è opera di Tarquinio Grassi. Nei pennacchi della volta sono dipinte quattro Sibille (Cumana, Delfica, Samia e Tiburtina) riconoscibili per i nomi inscritti nei cartigli. Nella volta, invece, è raffigurato il Trionfo degli strumenti della Passione. Sono del Grassi anche le tele dipinte poste nelle pareti laterali: una rappresenta la Salita al Calvario mentre l’altra l’Erezione della Croce. Nelle lunette soprastanti i dipinti stanno le figure di angeli dolenti. Sull’altare della cappella è la nicchia che contiene la bellissima scultura in legno che rappresenta la Vergine trafitta da sette spade (i sette dolori), opera di Gaudenzio Sceti (1689) e, nella zona sottostante, l’urna lignea scolpita e dipinta che contiene il corpo del Cristo morto, opera di ignoto autore.

La cappella destra conserva gli affreschi di Vitaliano Grassi, figlio di Tarquinio, nella parte alta. Sono qui rappresentate delle figure allegoriche nei pennacchi della volta e, nella volta, la Gloria di sant’Antonio da Padova. Le decorazioni delle pareti laterali, invece, sono attribuite ad Antonio Orgiazzi il Vecchio. Sempre nelle pareti laterali si osservano due dipinti relativi a scene di vita del santo: uno ricorda l’ammonimento ad Ezzelino da Romano, tiranno veronese convertito a miglior vita dalle parole del santo; l’altra ricorda il miracolo del ritrovamento del cuore dell’avaro. Nella nicchia dell’altare sta la scultura di sant’Antonio, realizzata con la consueta iconografia da Giovanni Battista Sceti (1653).

La sacrestia sarà aggiunta negli anni Cinquanta del Settecento. Sono qui conservate alcune sculture particolarmente importanti: un Ecce Homo in legno, inserito in una sorta di armadietto  trasportabile dipinto con un motivo a balaustra, realizzato da un ignoto autore iscritto tra gli artigiani del Sacro Monte; e la Vergine Addolorata, un manichino di legno rifinito solo nelle parti visibili (volto, mani) e rivestito di un abito in tessuto.
Fanno eco a questi manufatti anche due credenze in legno dipinto con eleganti motivi floreali, realizzate da Giovanni Ottone e Vitaliano Grassi (1756)

Sull’altare maggiore, in marmi policromi, trova posto la pala dipinta da Lorenzo Peracino di Cellio: al centro stanno i santi titolari della chiesa, Stefano protomartire e Antonio abate, ritratti in atto di adorare il Santissimo Sacramento e attorniati di nubi e angioletti. In controfacciata si trova l’organo, realizzato da Brunelli (1734): al centro appare la decorazione dello stemma della Confraternita.

La chiesa di sant’Antonio è molto famosa in Valsesia soprattutto per l’ostensione del Fastentuch, un manufatto unico nel suo genere e di rara bellezza. L’unico corrispettivo, in Italia, si trova in Trentino Alto Adige. Si tratta di un Telone di Quaresima o Lenzuolo della Passione o Velum Quadragesimale che viene esposto durante la Settimana Santa precedente la Pasqua davanti all’altare maggiore o sotto l’arco trionfale. Il grandioso drappo è stato confezionato con dodici teli di lino cuciti tra loro, misura 7 metri per 9,25. Sono dipinte con colori scuri e rare lumeggiature alcune scene della Passione di Gesù – la Crocifissione, la Deposizione, il Compianto. Le scene sono incorniciate con motivi floreali e simboli del martirio. In un angolo appare la data: 1625. Gli studiosi fanno risalire questo manufatto al periodo tardo manieristico e controriformistico centrandone l’origine nel nord Europa, in particolare in Germania. Il telone era di proprietà della Confraternita del Santissimo Sacramento che aveva sede nella chiesa di sant’Antonio sin dal 1590.

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