IL MONTE FENERA E L’AREA DEL PARCO

Il Monte Fenera

Il monte Fenera si eleva per un’altezza complessiva di 899 m slm dominando incontrastato la fisionomia di un ampio territorio vallivo solcato dal fiume Sesia. È diviso tra le province di Novara e Vercelli e interessa l’area dei comuni di Borgosesia, Valduggia, Boca, Cavallirio, Prato e Grignasco. Possiede una caratteristica forma “a panettone” con due gobbe ed è un vero e proprio tesoro vivente di storia geologica, idrologica, botanica, faunistica e antropica.

Si tratta dell’unico complesso sedimentario, con grande estensione, dell’intera Valsesia e presenta diversi banchi calcareo dolomitici in cui i fenomeni di carsismo hanno originato numerose cavità, alcune delle quali visitabili. La base del rilievo è formata da scisti gneissici di età pre-cambriana sulla quale poggia una formazione di porfidi quarziferi rosso-bruno del Paleozoico; seguono le rocce calcareo-dolomitiche del Trias (Era Mesozoica) che si estende per uno spessore di circa 300 metri in tutta la zona mediana del monte, riconoscibile dal colore della parete ovest. Fino alla vetta stanno le formazioni del Giurassico. Del periodo del Pliocene (depositi marnosi di circa 6 milioni di anni fa) restano molte forme di molluschi e di flora subtropicali: in quel periodo, infatti, il mare arrivava fino alle Alpi.

La struttura del monte è interessata da due faglie principali: una segue la direzione della linea della Cremosina mentre l’altra taglia questa lungo il fianco orientale del monte. In realtà si possono osservare numerose altre fratture e fessurazioni di origine tettonica nelle quali l’azione dell’acqua è stata molto attiva.

Curiosità. Non tutti sanno che Fenera significa “fata” e il Monte Fenera è, pertanto, il Monte delle Fate.

Reperti archeologici

Tra i reperti paleontologici sono molti resti fossili dell’orso delle caverne (Ursus Spelaeus, estinto 20.000 mila anni fa) che, per un periodo, ha condiviso con l’uomo i luoghi di riparo, causando l’accumulo di ossa d’orso nel fondo delle grotte: i reperti numericamente più significativi della “Ciota Ciara”(Grotta Chiara) e del “Ciatarun” (Grottone) appartengono appunto all’orso; tuttavia non mancano reperti di animali piccoli (es. pipistrelli) o grandi (leone delle caverne, stambecco) utili a ricostruire la compagine faunistica  e il clima della zona nei secoli (in totale ca. 5% del totale).

Tra le tracce storiche ci sono quelle dirette della presenza dell’uomo di Neanderthal (Homo neanderthalensis) vissuto qui circa 50.000 anni fa. Nel 1989 il ritrovo fortunato di due denti appartenuti proprio a un uomo di Neanderthal, forse unici nell’Italia dell’arco alpino settentrionale, ha fatto comprendere agli studiosi l’evoluzione dell’insediamento antropico. I ritrovamenti, infatti, hanno una certa continuità temporale estesa dal Paleolitico all’età romana, quindi sono collegabili a genti molto diverse che si sono succedute nel tempo: tra i reperti notiamo gli strumenti di pietra dell’uomo di Neanderthal, le ceramiche e il metallo del Neolitico per arrivare all’epoca Romana con monete in bronzo e in argento e, probabilmente, al primo Medioevo risalgono i resti di una fucina per la lavorazione del ferro.

Molti di questi reperti sono visibili al Museo Civico di Paleontologia e Paleoetnologia di Borgosesia.

Il Medioevo è il periodo che lascia testimonianze più evidenti e che, di fatto, segna la trasformazione del territorio così come lo conosciamo: nell’area sono presenti vari siti e vie di comunicazione che hanno avuto una lunga persistenza e raccontano della vita rurale e della pastorizia negli alpeggi (Alpe Fenera, ai Camini) dei villaggi con le case dai tetti di paglia, delle concerie e dei mulini lungo i corsi d’acqua, delle cave con le fornaci.

Trekking

Uno dei trekking più amati è quello che viene chiamato “Anello del Fonerà“, Anello del Fenera. Si parte da Grignasco e si cammina per quattro in salita sul sentiero 772 con un dislivello totale di circa 600 m. Raggiunta frazione Bertasacco il sentiero piega lungo la valle del torrente Magiaga: si attraversa il ponte in pietra guadagnando frazione Ara; da qui il percorso segue un ripido pendio di calcari e, a 780 m, incrocia l’antica Strada dei Buoi. Si apre una pista forestale che porta a Punta Bastia (899 m) ovvero il punto più alto del Parco. Seguendo nuovamente il sentiero 772 si raggiunge la chiesa di san Bernardo (894 m). Tra Punta Bastia e san Bernardo s’imbocca, invece, il sentiero 769 che porta alle grotte di Fenera san Giulio di Borgosesia. Attraverso la Colma di Valduggia si raggiungono le località Cerianelli e Paradiso.

Si torna a Grignasco con circa due ore di discesa.

L'area del Parco

L’area protetta è organicamente istituita secondo il sistema regionale nel 1987 e prende il nome di Parco Naturale del Monte Fenera, attualmente accorpato all’interno del più ampio Ente di Gestione delle Aree protette della Valle Sesia (01.01.2012). Si estende per 3.378 ettari nella zona collinare. Al nuovo Ente è stata affidata anche la gestione dell’alta Val Strona, inglobando nell’area protetta un’importante porzione delle montagne cusiane.

La flora

La conformazione, le diverse esposizioni dei versanti e l’abbondanza d’acqua danno vita a una grande varietà di piante e arbusti, e lasciano spazio ad alcune specie rare. Sono circa 30 le specie botaniche esclusive del Monte Fenera come la Daphne alpina, un relitto d’era glaciale; altre erbacee presenti più comunemente sono elleboro, ciclamino, campanellino, croco; ci sono ben 16 specie di felci (tra le quali l’Osmunda regalis e la lingua cervina) e diversi tipi di sottobosco nella parte meridionale e occidentale. La quasi totalità della superficie del Parco è coperta di boschi di castagno, utilizzati per secoli nella produzione di legna da ardere e paleria oltre che per i frutti. Si trovano in abbondanza frassino, farnia, rovere, cerro, betulla, acero, pioppo tremolo, ciliegio selvatico, salice e sorbo montano; la robinia cresce in abbondanza mentre negli avvallamenti più umidi e lungo i torrenti stanno l’ontano e il pioppo nero. A settentrione, nei versanti più freschi, si trovano molti faggi, mentre a sud, su pareti rocciose e terreni calcarei, si trova l’orniello, il pungitopo e il ginepro. Tra gli arbusti più diffusi si trovano il nocciolo, il corniolo, la sanguinella, il sambuco, il biancospino e il ligustro.

In tutto si possono identificare più di 900 diverse specie botaniche diverse.

La fauna

Le diverse specie di fauna si distribuiscono secondo le aree botaniche. In habitat particolari come quelli rupicoli delle pareti calcaree stanno soprattutto uccelli come il falco pellegrino, la rondine montana ed il picchio muraiolo che raramente si trovano in altre zone della Valsesia. Nell’area caratterizzata dalla presenza di piante di grosse dimensioni si trovano con facilità il picchio rosso minore, il picchio muratore e il rampichino; tra i mammiferi il cinghiale ed il capriolo. Tra i coltivi (prati, orti, frutteti e vigneti) come uccelli si trovano con facilità il torcicollo, il picchio verde e il frosone; il capriolo e la lepre; la tortora, il canapino e lo zigolo nero. Dove la vegetazione si fa più rada e il terreno arido ecco il succiacapre ed il falco pecchiaiolo. Sempre qui la maggior apertura e la migliore esposizione al sole favorisce i rettili (ramarro, biacco, vipera) prede del biancone, grande rapace che popola i cieli del Parco insieme alla poiana e al nibbio bruno.

In autunno, il territorio del Parco è interessato da due direttrici di migrazione seguite da migliaia di uccelli che si spostano verso le aree di svernamento del Mediterraneo.

Nel 1994 è avvenuta la prima nidificazione di cicogna nera in Italia e, dal 1996, il parco svolge attività di raccolta di dati relativi a questo uccello.

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