LA PIEVE DI SANTA MARIA DI NAULA

Oggi considerata località di Serravalle, un tempo Naula era il villaggio più importante della zona. Ha un origine antichissima. Gli studiosi riconducono il toponimo alla parola latina naulum, intendendo l’obolo da pagare al barcaiolo: è proprio in questa area che si trovava una delle barche usate per attraversare il fiume Sesia.

La pieve di Santa Maria è nominata nel Codice Vaticano 4322, compilato nel X secolo in riferimento alle pievi vercellesi conosciute dal V-VI secolo. Quella di Naula pare sorga sul sito di un antico luogo di culto pagano; una volta convertito alla nuova religione si decide per l’erezione della chiesa attuale, dopo l’880 circa, e con molta probabilità è terminata entro il 1186 (privilegio di papa Urbano III).

L’ampio sagrato antistante la chiesa è ombreggiato da odorosi tassi; ai fianchi e nella parte posteriore si conserva l’area cimiteriale.

La pieve è costruita in stile romanico con pietre spaccate; risultano in cotto solo le decorazioni ad archetti pensili e le lesene che adornano le parti esterne dell’edificio (absidi, finestre). Il motivo decorativo è la parte affascinante della costruzione: le lesene si congiungono con una cornice di archetti divisi a gruppi di tre. Nel lato meridionale si vedono ancora le tracce di due monofore e di due porte. Nel lato settentrionale si trovano piccole parti di muro costruito “a spina di pesce”.

La pianta della chiesa si presenta a tre navate, culminanti in tre absidi – più piccoli quelli laterali rispetto all’abside centrale; al centro di ogni volume sta una monofora strombata.
Il primo edificio rinvenuto attraverso alcuni piccoli scavi, eseguiti nel 1876 e negli anni Quaranta, aveva lo stesso orientamento, era ad aula unica con una sola abside.
Nell’area della chiesa sono stati rinvenuti i resti di un sepolcreto a incinerazione, urne coperte da tegole e fornite di corredo contenente lucerne, balsamari vitrei, monete, tutto di epoca romana (I – II sec. d.C). Una lastra di marmo appartenente alla bifora dell’antica facciata della chiesa, incisa con l’iscrizione “Optaus Pontifex” e “Secundus Augur” (II sec. d. C.) riferibile alla Val Strona o alla Valle del Toce è, oggi, conservata nella casa parrocchiale di Piane Sesia.

La chiesa di oggi, al suo interno, è completamente intonacata e suddivisa in tre navate dalla ritmica delle due file di tre pilastri ciascuna, per un totale di otto arcate. Tra colonne e arcate non sono presenti capitelli né modanature.

Sopravvivono, sparsi, alcuni affreschi di epoche diverse seppur tutti risalenti al Quattrocento e al Cinquecento, a testimoniare l’antica decorazione pittorica dell’interno. È il caso del Cristo Pantocrator, inscritto in mandorla con gesto benedicente e il libro aperto nella mano sinistra, nel quale si legge Ego sum lux mundi Via, Veritas et Vita, principium et finis in caratteri romanici; del sant’Antonio abate e san Bovo (1532); della Madonna con il Bambino vicino alla scritta Franciscus de Blasiis fecit fieri – Franciscus de Ongiano Pinxit; e, su un pilastro, di una santa con una palma in mano, incoronata da un angelo: ai suoi piedi stanno due stemmi, purtroppo illeggibili.

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